CASA DUE ZITTELLE
1. CASA DUE ZITTELLE

In uno scuorante quartiere di una città essa medesima per tanti versi scuorante, al primo piano di una casa borghese vivevano due zittelle con la vecchia madre. (…) (…)

Le due zittelle che chiameremo Lilla e Nena (…) vivevano dunque a un primo piano, in un piccolo appartamento formato da un certo numero di anguste stanze (…) (…) La casa stessa, poi, era addobbata con un certo medio e muffoso decoro, come tante del genere : nel tinello suppellettili di giunco e cuscini stampati a fuoco, nel salotto buono (quasi sempre chiuso) divani e poltrone ricoperte di velluto verde, e della medesima stoffa il tappeto sulla tavola, (…) (…) Ambedue erano sempre vestite di nero o comunque di scuro, con certi giubboncelli o tuniche senza vita e le spalle coperte da una breve pellegrina di lana viola o uno scialle di bigia; avevano i capelli, spesso in disordine e ritti verso la nuca e le tempie, (…) sui loro visi, nei solchi tra le pinne del naso e le guance, e così pure in qualche ruga delle più profonde, stagnava perennemente un denso sudore, simile a sego. (…) (…) Quanto alla madre, (…) era, naturalmente malata; ma di quale malattia non ci fu barba di medico capace di determinare. (…) (…) A parte i suoi lagni, donna Marietta andò aggravando con estrema lentezza; (…) Pure un giorno si spense; (…) (…) Su questo teschio, impazzita per la presenza del cadavere e calata a furia di sull’armadio, venne un momento a chinare il proprio viso difforme, con mugolii strazianti, la scimia. (…) un animale piuttosto piccolo e vivace, (…) era una creatura misteriosa. (…) (…) È costume degli uomini tenere se possibile in gabbia l’oggetto del proprio amore. E una grossa gabbia era la dimora abituale della scimia; (…) (Le due zittelle)

LARGO SAN ROCCO
2. LARGO SAN ROCCO (…) Le belle contadine risalivano a frotte il vicolo verso la piazza chiacchierando, o piuttosto cantando nella loro lingua, animatamente fra loro. Da qualche anno avevano abbandonato, i dì di festa, la calzatura locale, una specie di molle coturno, e portavano sonore scarpette col tacco basso sotto alle vesti pieghettate e ampie alla foggia antica, ma assai più corte, da scoprire i polpacci robusti; (…) (…) Venivano poi i contadini segaligni, procedendo con aria triste e distratta sulle loro gambe torte e secche, le dodicenni schiette come pioppi, allungate e ancora sofferenti della crescenza, altre dodicenni invece estremamente piccine e atticciate, le donne maritate recando taluna sul capo una cuna con rispettivo marmocchio – e insomma ogni sorta di persone. Misti alla gente della campagna avanzavano anche, non senza coscienza dei propri privilegi, quelli di dentro, artigiani bottegai garzoni, sfoggiando abiti di foggia vagamente cittadina e scarpini lucidi; (…) molte donne recavano ceste con grossi ciambelloni lucenti intrecciati di nastrini (…) le campane intronavano l’aria, tutti si affrettavano verso la chiesa. (…) (…) Il risucchio verso la chiesa era quasi finito, le campane s’erano taciute, la messa era cominciata. Ed ecco ora giungere (in ritardo, come d’obbligo) e passare con dignità i borghesi, i signori del luogo, le mezze tacche. (…) (…) andava acconciato come quegli uomini della montagna che, il giorno della processione, avevano colpito l’immaginazione di Giovancarlo; come loro portava lunghi cosciali di pelo di capra, la camicia di fustagno senza giacca, (…) e calzature locali, consistenti in una pianta di suola rovesciata attorno al piede e tenuta su da corregge attorte a spirale attorno al polpaccio, con punte aguzze rivolte verso l’alto, (…) (La pietra lunare)
LARGO SANTA MARINA
3. LARGO SANTA MARINA Io, se qualche volta vado a spasso dalla parte di su, come si dice al mio paese, e se passo vicino ai cancelli del Camposanto, penso sempre a Maria Giuseppa. (…) (…) Le bastava lavorare : se rendesse poi o no sembrava che non fosse affar suo. Nel paese, come ho detto, la consideravano tutti una scema. (…) (…) Quel giorno, come tutte le feste, c’era un passeggio di coloni che non finiva mai, per il cortile. Io facevo il serio, come sempre davanti alla gente, fingevo di interessarmi alle notizie della campagna, ma in realtà guardavo Maria Giuseppa che riceveva le cose portate : due ricotte, dieci uova, i fichi di stagione. (…) (…) Alla fine tutti se ne andarono e si sentì la musica della processione che passava nel vicolo. Io avevo determinato di non affacciarmi; ma girai qualche minuto per la casa e non sapevo che fare. Allora mi affacciai. La santa, una piccola santa vestita da monaca colla faccina di cera e un bambino di cera piccolo piccolo ai piedi, era già sotto la mia finestra. La potevo quasi toccare colla mano. Non so chi fosse; me lo avranno anche detto, ma l’ho dimenticato. Forse era Santa Marina, (…) (Maria Giuseppa, Dialogo dei massimi sistemi)
GIARDINO DEL CASTELLO
4. GIARDINO DEL CASTELLO (…) Fra poco dunque raggiungeremo Ceprano sul Liri (il Verde di Dante), (…) (…) Ceprano era stazione confinaria al tempo del Borbone di benedetta memoria, e qui pertanto il Regno di Napoli ci apre le sue braccia, col calore della sua aria, il suo verde un che più intenso, la sua terra più ardente, la sua lingua più vivace. Siamo insomma a casa nostra. Già si profilano all’orizzonte le bizzarre e possenti sagome degli Aurunci (dietro cui è il mare di Formia e di Gaeta, i quartieri settentrionali della città di Napoli), ferite dagli apprestamenti e dal corso di un dannato acquedotto, già si intravede quel piccolo monte Pote che getta nondimeno un’ombra immane sulla mia casa. (…) (I contrafforti di Frosinone, Se non la realtà) (…) Senza essere di quei paesini che l’inverno isola, X è però alquanto fuori mano. Fuori mano, del resto, per modo di dire : non contando che appena una chiostra di montagne lo divide dal mare e che ha alle spalle una vallata abitatissima, una dozzina di corriere incrociano a varie ore nella sua parte bassa e lo allacciano al capoluogo, alla capitale, a centri agricoli o commerciali. (…) (Il villaggio di X e i suoi abitanti, Se non la realtà) “Occorre che vi rifacciate” prese allora a dire l’amico “al fondo d’una delle nostre province”. E non già a una piccola città malinconica (…) immaginate piuttosto un minuscolo paese, un borgo sperduto tra le montagne. Al tempo della mia storia io vivevo laggiù, e del resto (aggiunse sorridendo) è là che sono nato. (…) (La notte provinciale, La spada)
LARGO CARBONARO
5. LARGO CARBONARO (…) infatti il Largo Carbonaro, al di là dei tetti, raggiunge quasi il livello della casa di Giovancarlo. Finestre però se ne scoprono tre sole, d’un casamento che affaccia su un tetto, due serrate e una sola aperta, per di più alquanto lontana; (…) Nella parte più alta del paese del P., ai piedi delle rovine del castello e precisamente sul largo detto Carbonaro in ricordo di alcuni supposti patrioti che vi abitarono nei tempi passati, ciascuno può ancora vedere, un po’ in disparte nella sua aria rannuvolata, un vecchio portone senza battenti, basso e rincagnato, ingresso d’un palazzotto nero dagli anni. Talmente aggrondato e minaccioso appare questo portone col suo vano cupo, che, se anche non suscitasse spaventosi ricordi, nessuno vi passerebbe davanti di notte senza sentire un brivido gelargli il filo della schiena o senza, di giorno, schiarirsi almeno la gola. Confinato ormai fra una casa di recente costruzione e l’edificio cadente delle antiche carceri mandamentali colle sue rugginose inferriate, anche di là in fondo esso sembra aver votato eterno odio ai ruderi del castello, che guarda da terra come un mastino; (…) (…) Qualche volta, al tramonto, la fanciulla girava le rovine del castello, che di là guardano la valle, e rimaneva sul ciglio dello scoscendimento, seduta su un architrave crollato, sola soletta a fantasticare. (…) (La pietra lunare)
TORRE DELL’OROLOGIO
6. TORRE DELL’OROLOGIO (…) un angolo di vista inconsueto sulla parte superiore del paese. Da oltre una distesa di tetti spunta la chioma di un lauro, un chioccolio di galline si fa udire assai vicino, si scorge l’orologio sulla fronte della torre, tutto pare sopraelevato e pensile; (…) (…) l’unica torre rimasta in piedi con, sulla fronte, il grande occhio dell’orologio comunale. (…) (La pietra lunare) (…) Basta davvero, e passiamo alla parte alta. (…) Quassù c’è come dappertutto un vecchio castello in rovina, sulla cui sola torre non proprio fatiscente, in malo modo rabberciata, è stato affisso l’orologio comunale; e una chiesuola romanica con modesto portale. (…) (Il villaggio di X e i suoi abitanti, Se non la realtà)
BIBLIOTECA
7. BIBLIOTECA Lo scrittore usava lavorare su una grande tavola da pranzo (il cui piano recava in bell’ordine e opportunamente distanziati gli oggetti del suo mestiere), e ciò pel semplice motivo che non possedeva un vero e proprio scrittoio. (…) (…) Un tavolo bensì gli rimaneva ma (…) per intenderci, troppo piccolo… Oppure no? Oppure, oculatamente impiegando lo spazio, bastevole? (…) (…) Su questo minimo tavolo, in questo spazio insufficiente a qualunque libera espansione dell’intelletto (seguitava egli), che cosa mai mi riuscirebbe di scrivere o come vacherei alla redazione di testi eterni e feraci? (…) (…) Poiché, ecco (ribadì venendo al vero nocciolo della questione) ora per esempio ho da fare un articolo, e se non lo faccio i miei figlioletti rimangono desolati, famelici… (…) (…) Sì a lui bastava riferire delle sue pene, delle sue difficoltà, e dell’impossibilità di fare l’articolo; riferirne così pari pari con penna umile e innocente (…) (…) Lo scrittore impugnò la stilografica che sapeva le tempeste; (…) e presto il primo nero ammiccò benigno dal bianco. Ebbe egli ancora qualche dubbio, non vale negarlo; ma si pacificò infine col pensare che quel suo procedimento non era dopo tutto eccezionale, era anzi il più in uso oggidì. (A tavolino, Un paniere di chiocciole) San Remo, 10 dicembre (…) la penna, che laggiù correva, qui s’impunta e per avviarla “ci vuol la mano di Dio”. (…) anche l’anno passato, qui, faceva il medesimo lavoro, e tornata laggiù riprese a correre. A che si debba il fatto, se all’inchiostro, all’aria del luogo o a più seri e segreti motivi, non so. (…) (Rien va)
CASA LANDOLFI
8. CASA LANDOLFI (…) Da tre giorni soffiava senza tregua il gelido vento di settentrione scuotendo la casa, si può dire dalle fondamenta; saprete che da noi non v’è un’imposta che tenga in maniera perfetta, e attraverso le innumerevoli aperture e fessure di quella casa esposta a ogni intemperia, per le ampie gole dei camini, dappertutto il vento s’insinua fischiando e gemendo. (…) (La notte provinciale, La spada) (…) Mi rammento di un inverno subito dopo la guerra. Il tramontano soffiava ininterrottamente e liberamente ululava per i camini e per le imposte allentate. Due o tre notti fui destato da fragori di tuono: era il tetto sbriciolato che crollava pezzo a pezzo. (…) (Il villaggio di X e i suoi abitanti, Se non la realtà) (…) Giovancarlo entrò nella cucina, che era il luogo abituale di trattenimento della famiglia. Attorno alla larga tavola di legno senza tappeto stavano in posizioni innaturali le seggiole, così come erano state abbandonate un momento prima dagli occupanti; a lui ne toccò una caldissima, davanti a una scatola rotonda di tabacco, a una di zolfanelli, una gazzetta e un paio di occhiali. (…) (…) anzi, spostata di poco la sua seggiola verso una consolle che della cucina era il più bell’ornamento e dato di piglio a un vecchio grammofono posato lì sopra, andava con noncuranza cercando nella vaschetta una punta meno arrugginita. (…) (La pietra lunare) (…) s’attraversano le stanze di passaggio, quelle sulle scale interne, ma non si cerca per tutte le gallerie del primo piano. No, evidentemente bisogna andare giù per la scala a chiocciola di legno che porta in cucina. Però giù è meglio guardar prima nella dispensa a dritta, (…) (…) Ecco il moggio di legno: sediamoci allora. Come tutto è distinto, pietosamente distinto e colorato in bigio! (…) Alle spalle il carniere, (…) All’angolo gli spiedi, di qua le pignatte, una fila di pignatte in ordine di altezza sopra un asse, di là i coperchi, una fila di coperchi in ordine di grandezza infilati dietro un fil di ferro sulla parete. La bocca della cisterna. Il pacco della catena appesa a un chiodo, (…) Travi tarlate, di color giallo cupo, sporche. (…) (La morte del re di Francia, Dialogo dei massimi sistemi)
GIARDINO LANDOLFI
9. GIARDINO LANDOLFI (…) Da una parte del cortile, che era poi una specie di terrapieno, c’erano quattro acacie molto frondose, sicché il sole, penetrandovi filtrato, chiazzava il terreno d’occhi mareggianti. Là in mezzo, in quest’ombra luminosa, stava ritta la ignara Gurù, (…) con un’anca dunque più sporgente, sostegno a una languida palma; (…) (La pietra lunare) Nel cortile della mia casa ci sono, o meglio c’erano, quattro acace, vulgo casce, grandi e fiorenti. Verso il mio venticinquesimo anno di età, senza causa apparente, una di esse morì. In tale occasione a mio padre scappò detto con un sorriso: “Queste casce rappresentano la tua vita: il suo primo quarto se ne è andato”. (…) (…) da questa casa, è passata la guerra, lasciandovi vaste piaghe aperte, (…) (…) Noi contemplavamo quello squallore e quella rovina, (…) Eppure, anche allora, lo sguardo mi corse subito ai miei tre alberi. Uno era illeso, uno leggermente ferito, il terzo gravemente.Ora, quest’ultimo langue e lentamente si avvia alla sua morte, così come fa il secondo quarto della mia vita.(…) (…) Esse son come lo specchio della mia vita, almeno di quella vegetativa. (…) sono spaventato e disgustato dal fatto che il mio destino dipenda in gran parte dai vermi che rodono le loro, o diciamo pure le mie, radici. (…) (Quattro casce, Ombre) (…) Ero in città, una volta d’autunno, e d’un tratto fui preso da una furiosa nostalgia: sai tu di cosa? Ma di nient’altro che di questo cortile cosparso delle foglie gialle e marce di queste acace, veduto di dentro a questa sala, traverso i vetri di questa porta, come ora lo vediamo. (…) (Il villaggio di X e i suoi abitanti, Se non la realtà)
VIA GARIBALDI
10. VIA GARIBALDI (…) Così egli e la ragazza si trovarono soli nel vicolo; la luna s’era nascosta dietro un tetto e nella luce diffusa e tuttavia ombrosa boccheggiava rossastro l’unico fanale in vista (…) (…) Se almeno avessero incontrato qualcuno! invece a quell’ora il paese era completamente deserto (…) (…) Imboccarono la via principale, che menava all’aperta campagna. Gurù camminava sui suoi zoccoli in un equilibrio elegante, (…) contro il riflesso della luna, che illuminava violenta le case da un lato lasciando in ombra il resto della strada, prendevano vita e calore i suoi capelli corti, lisci (…) (…) la luna si scoprì in tutto il suo splendore; era, quella sera, una luna remota, molto alta nel cielo col suo piccolo corteggio di chiare stelle. (…) (…) “Quando c’è la luna fuori della finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose” (…) “cioè insomma ci sono cose che corrono navigano girano per conto loro mentre noi dormiamo. (…) (La pietra lunare)
VIA CANTARELLA
11. VIA CANTARELLA Chi da P. si diriga verso il Faggeto non gli conviene prendere il sentiero che attraversa le Falascose e attacca la pettata del Catascone – di qua allungherebbe un poco – ma piuttosto quello detto, perché segue un torrente, nella prima parte del suo percorso Cantarella, dove si sottintende pomposamente via o strada; esso invece da sentiero diventa presto traccia, affidandosi quindi, da ultimo, all’interpretazione del viandante. Abbandonati i campi coltivati, i contrafforti e le più basse propaggini, coperte ancora di una vegetazione folta e domestica, questa “via canterina”, raggiunta la Fossa di Fresa, s’impegna per il Campo di Sera, stretta valle chiusa fra il Pozzo Ranuccio e la Vammarina da un lato, e le erte Rave Rosse dall’altro. Di qui ora a prendere di petto le Cannavine dei Preti ci sarebbe da perdere il fiato; meglio concedersi un piccolo giro e cercare cammino più agevole, quel tanto che riesce. (…) (La pietra lunare)
PIAZZA FERRUCCI
12. PIAZZA FERRUCCI (…) Da noi, è vero, quando nevica le corriere magari non camminano, ma in compenso nevica così poco. Lasciamo dunque la neve e procediamo per ordine, cioè occupiamoci intanto di questa parte bassa del paese che ci è or ora avvenuto di ricordare. Essa è detta Archinfante, per via di qualche posticcio arco di trionfo erettovi in onore di qualche infante, ai tempi del Borbone di non mai abbastanza benedetta memoria; e nella pronuncia locale Archinfande o Archinfando, delle quali voci l’ultima appare meglio di tutte convenirle. (…) (Il villaggio di X e i suoi abitanti, Se non la realtà) Le pellegrine in sosta che hanno durato tutta la notte la loro litania s’aggiustano gli zendadi sulla testa, spengono i fuochi, risalgono sui carri. Nell’alba triste s’affacciano dai loro sportelli tagliati negli usci i molli soriani e un cane lionato s’allunga nell’umido orto tra i frutti caduti all’ombra del melangolo. (…) Strade e scale che salgono a piramide, fitte d ‘intagli, ragnateli di sasso (…) si svolge a stento il canto dalle ombrelle dei pini, e indugia affievolito nell’indaco che stilla su anfratti, tagli, spicchi di muraglie (…) (Elegia di Pico Farnese, Le Occasioni di E. Montale)

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